Con l'intensificarsi dell'emergenza epidemiologica da Covid-19, decretata pandemia dall'Organizzazione Mondiale della Sanità in data 11/03/2020, è di tutta evidenza che si avrà un aumento della produzione di rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo su tutto il territorio nazionale.

Il D.P.R. 254/2003  indica chiaramente che i rifiuti provenienti da ambienti di isolamento infettivo nei quali sussiste un rischio di trasmissione biologica aerea devono essere tutti classificati a rischio (art. 2 comma 2 lettera a). Inoltre, è auspicabile che la massima cautela venga adottata in tutte le strutture sanitarie destinando in via cautelativa la maggior parte dei presidi sanitari monouso (mascherine, guanti, fazzoletti,...) alla raccolta dei rifiuti a rischio infettivo.

La Cina, il primo stato che si è trovato ad affrontare l'emergenza, ha smaltito 123.000 tonnellate di rifiuti ospedalieri prodotti nel quadro della lotta al coronavirus.  Secondo un bilancio fatto il 3 marzo, in Cina la capacità di trattamento dei rifiuti medici ha raggiunto le 5.948,5 tonnellate al giorno, 1.045,7 tonnellate in più al giorno rispetto a prima dell’epidemia con un raddoppio della capacità nella sola provincia di Hubei.

la produzione dei rifiuti sanitari al tempo del coronavirus

In Italia abbiamo la stessa capacità/velocità di reazione?

La filiera dei rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo opera secondo un sistema tradizionale che prevede la micro-raccolta presso i siti di produzione, lo stoccaggio intermedio e l'invio ai pochi impianti di incenerimento idonei a gestire questa particolare tipologia di rifiuti. Il Piemonte, ad esempio, conferisce la maggior parte dei propri rifiuti all'impianto "ex Mengozzi" di Forlì.

Se da un lato sono convinto che il sistema attuale possa assorbire l’inevitabile sovra-produzione che si sta verificando dall'altro lato, oggi più che mai, mi chiedo quanto abbia senso ostinarsi a trasportare per centinaia di chilometri scatole che contengono materiali potenzialmente infetti. Quanto abbia senso conservare per giorni (5) i rifiuti infetti nelle strutture sanitarie più grandi e sino a 1 mese nelle piccole strutture (deroga per quantità inferiori ai 200 litri).

Esistono soluzioni alternative con impianti a basso costo e ridotta potenzialità che potrebbero essere installati a livello locale (1 ogni milione di abitanti circa). Sono impianti di sterilizzazione previsti a livello normativo e tecnico che eliminano il rischio infettivo con impatti ambientali decisamente ridotti (non c'è combustione, ma solo un processo di triturazione e abbattimento della carica batterica). In gennaio sono stato da AMB Ecosteryl, un'azienda belga che produce impianti di sterilizzazione che utilizzano la tecnologia a microonde, ha 170 impianti installati in 50 paesi diversi del mondo.

impianto AMB-Ecosteryl step-by-step

In questi giorni Olivier (CEO di AMB) mi ha detto che non riescono a far fronte alle richieste generate dall'emergenza. In Italia c'è un solo impianto AMB installato perché, lo dico per esperienza, è davvero difficile autorizzare un impianto di trattamento rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo, perché la norma tecnica (il citato D.P.R. 254/2003) è obsoleta e perché l'innovazione nel mondo dei rifiuti è costantemente limitata da norme troppo rigide e troppo "storiche" per stare al passo con i tempi.

Vorrei che questa emergenza ci spronasse a fare meglio, a pensare che ieri un autoarticolato destinato a 500 chilometri di distanza e carico di rifiuti infetti era meglio che un impianto a 10-20 chilometri da casa propria, ma oggi, per tutti, sarebbe molto meglio che quell'impianto ci fosse perché i suoi impatti, più psicologici che reali, sono molto più bassi di un autoarticolato che trasporta rifiuti infetti da Covid-19 in giro per il nostro paese in quarantena.

Chi mi conosce sa che sono sempre disponibile per affrontare questo argomento. Se qualche decisore, passati i momenti più difficili di questa emergenza, vorrà occuparsi di strategie di gestione dei rifiuti sanitari, io ci sono!